|
|
Palla Mancata |
ANNO XXVI - NUMERO 12 27 GIUGNO 2026 |
| Notiziario quasi serio su quello che riguarda, non riguarda o potrebbe riguardare il softball, e non solo, a Caronno Pertusella e dintorni | ||
|
SI RIPRENDE |
|
CHI, COME, DOVE E PERCHÉ |
|
TELECRONACHE MONDIALI |
|
Oggi ho visto uno special dedicato a Umberto Eco, che conteneva una lunga intervista fatta da Stefano Bartezzaghi. Giocare con le parole era il divertimento maggiore, mi è quindi venuto in mente questo titolo. Nel linguaggio corrente qualcosa di mondiale rappresenta quel che si dice il top, l'eccellenza, il nec plus ultra, ma per noi le telecronache mondiali sono quelle della recente Softball World Cup, che di mondiale hanno avuto sicuramente l'oggetto della telecronaca e poco altro. Cominciamo dalla parte mezza piena del bicchiere. È stato un indubbio successo e un risultato eccellente avere avuto le dirette sui canali nazionali. Per tutti oggigiorno "la televisione" è qualsiasi oggetto in grado di inviare immagini, quindi RAI Sport o RAI Play visti sul televisore, sul tablet o sul cellulare sono la TV. E esserci con la nazionale di softball per un'intera settimana è un sogno. Ringraziamo chi è riuscito nell'impresa. Le gare dell'Italia, soprattutto nel finale del torneo ci hanno tenuto incollati davanti al video, difficilmente si sarebbe potuto inventare qualcosa di più emozionante: rimonte e momenti da "dentro o fuori", giocate decisive spettacolari e, perché no, anche qualche errore che tuttavia fa parte del gioco, come della vita. E passiamo allora alla parte mezza vuota. Come noto motivi contrattuali impongono che nelle produzioni RAI la conduzione debba essere affidata a un giornalista RAI, eventualmente affiancato da un "esperto" dello sport in questione, ma la telecronaca vera e propria deve essere targata RAI. Nel nostro caso l'esperto era l'ottimo Matteo Gandini, voce nota agli appassionati di baseball e softball, in grado di tenere botta per ore senza annoiare i telespettatori, profondo conoscitore dei nostri sport e, aggiungiamo, dotato di una voce perfetta per la telecronaca. Le note dolenti sono arrivate, come tutti hanno ormai capito, dal giornalista RAI. Se una non perfetta conoscenza del softball si poteva accettare, ciò che ha disturbato è stato innanzi tutto l'atteggiamento verso le azioni del gioco. Non è la prima volta che lo facciamo notare, ma uno strike out non è un fallimento per il battitore, è uno dei possibili esiti del turno di battuta, e così via per tutte le altre azioni di gioco. Questo il primo aspetto: dal nostro punto di vista inadeguatezza a commentare una gara sportiva. Poi ci sono state le spiegazioni. Era evidente che il telecronista le dava soprattutto a se stesso, e male. Immaginiamo l'imbarazzo di Matteo Gandini, del quale abbiamo apprezzato l'aplomb nel far finta di niente, cercando di tenere alto il livello della trasmissione. È troppo chiedere di meglio? Immaginiamoci se si tenesse lo stesso approccio di telecronaca durante le gare di Wimbledon o dei mondiali di calcio, per intenderci livello Bar Sport, senza offesa per nessuno, a partire dagli avventori del Bar Sport. |
|
|
|
Personaggio della settimana: Melany Sheldon, protagonista alla World Cup. |
| FERO, FERS, TULI, LATUM, FERRE |
![]() |
|
CHICAGO,
24/11/1887 |
|
|
Era il giorno del Ringraziamento e venti giovani si erano riuniti nella palestra del Farragut Boat Club per ascoltare il risultato della partita di football tra Yale e Harvard. Dopo l'annuncio della vittoria di Yale su Harvard e la conclusione delle scommesse, nell'euforia generale, un ex alunno di Yale lanciò scherzosamente un guantone da boxe a un tifoso di Harvard. Quest'ultimo afferrò un manico di scopa e cercò di colpire il guantone arrotolato. Sentendo il trambusto, George Hancock, un giornalista, gridò: "Play ball!". E la sfida improvvisata ebbe inizio. Il risultato fu sorprendente: usando un guantone da boxe come palla e il manico di una scopa come mazza, il gruppo disputò una partita che si concluse con il punteggio di 41-40. Hancock riconobbe il potenziale di questa alternativa al baseball da giocare al chiuso e iniziò immediatamente a sviluppare attrezzature migliori – una palla da 43 cm e una mazza di dimensioni ridotte – entro la settimana successiva a quella prima partita. La motivazione era pratica: i giocatori di baseball avevano bisogno di un modo per mantenere le proprie abilità durante i rigidi inverni di Chicago. Il gioco si diffuse rapidamente diventando un modo per gli atleti di mantenersi in forma quando giocare all'aperto era impossibile. Presto vennero stabilite regole formali per quello che veniva chiamato "baseball al coperto", e la popolarità del gioco superò rapidamente il suo scopo originario, che era semplicemente quello di allenamento invernale. Il peso e le dimensioni della palla rendevano pericoloso il lancio dall'alto al chiuso costringendo all'adozione del lancio da sotto fin dagli albori del gioco. Nel 1888, il baseball indoor si trasferì all'aperto con il nome di "Indoor-Outdoor", e le prime regole ufficiali furono pubblicate nel 1889. La palla più grande e il campo più piccolo lo resero accessibile anche a giocatori meno preparati fisicamente, adattando il baseball a una partecipazione più ampia. Nato nel 1887, per il battesimo si dovette aspettare fino al 1926, quando un funzionario della YMCA di Denver, Walter Hakanson, lo ribattezzò ufficialmente "softball" per distinguerlo dal baseball. Ciò che rende straordinaria la storia di Hancock è come un gesto spontaneo di sportività tra tifosi di college rivali abbia dato vita a una tradizione atletica duratura. La sua intuizione che un guantone da boxe e un manico di scopa potessero costituire la base di un nuovo sport, unita alla sua motivazione pratica di aiutare i giocatori di baseball a sopravvivere agli inverni di Chicago, dimostra come l'innovazione spesso nasca dalla risoluzione di problemi quotidiani. |
| TRA CURVE E PARABOLE |
![]() |
|
UN SABATO DAVANTI
ALLA TV, CON IL CUORE IN CAMPO |
|
|
Ci sono giornate calde come questo fine giugno, in cui non vuoi altro che sederti davanti alla TV, con una bibita fresca e non pensare ad altro… Se poi Rai Play trasmette partite di softball, ti ritrovi, ore dopo, stanco come se fossi stato tu in campo. Il caldo si sentiva anche dal divano, ma quando sono scese in campo le Azzurre tutto il resto è passato in secondo piano. Ogni lancio, ogni battuta, ogni eliminazione aveva un peso enorme. Non erano due partite qualsiasi: c'era in palio un pezzo di sogno mondiale. La sfida con l'Australia è stata un concentrato di emozioni. L'Italia è andata sotto, ha sofferto, ma non ha mai smesso di lottare. Inning dopo inning la rimonta ha preso forma e, quando sembrava che il tempo regolamentare non bastasse a decretare una vincitrice, si è andati agli extra inning. Lì le Azzurre hanno tirato fuori tutto quello che avevano: carattere, cuore e tanta voglia di vincere. Quando è arrivato l'ultimo out, è stato impossibile restare seduti. Una vittoria così non la guardi soltanto, la vivi. Nemmeno il tempo di godersela ed era già il momento della seconda sfida, contro China Taipei. Anche questa volta la partita è stata una battaglia. Ancora una volta l'Italia si è trovata a rincorrere e ancora una volta ha saputo reagire. Vedere le Azzurre ricucire lo svantaggio ha riacceso la speranza. Sembrava davvero che la storia del mattino potesse ripetersi, che un'altra rimonta potesse trasformarsi in un'altra impresa. Invece lo sport, ogni tanto, decide diversamente. Nel finale è arrivata una sconfitta che ha lasciato l'amaro in bocca. La strada per Redcliffe si è complicata, è vero. Ma non è interrotta. C'è ancora la possibilità del ripescaggio e, dopo quello che queste ragazze hanno fatto vedere in questo lungo e caldissimo sabato di giugno, è impossibile non continuare a sperare. Perché chi ama il softball lo sa: finché c'è anche solo una possibilità, si continua a crederci. E noi continueremo a farlo, davanti alla TV o sugli spalti, con la stessa passione. Forza Azzurre. |
|
|
| TRA
SPEAKER E SCORER
(Dialoghi
tra sordi) di DOX |
Speaker’s corner Si chiama così l’angolo di Hyde Park in Londra dove chiunque, salito su una sedia o anche solo su una cassetta vuota della frutta può tenere discorsi sparandole grosse quanto vuole. Questo è anche il compito dello speaker di Caronno. |
|
SOTTO LA ROMAGNA (QUASI) NIENTE |
|
|
Parafrasando un noto film, questa è la situazione del softball italiano. Conclusi infatti i campionati giovanili, nella categoria Under 13 abbiamo solo due squadre sarde e due siciliane, che per altro hanno giocato tra di loro 8 e 6 incontri in cui una ha sempre vinto e l’altra sempre perso. Per vedere altre regioni dobbiamo salire nella Under16 dove sono tre sarde e tre toscane, e poi nella Under 19 sempre tre sarde e tre toscane, quasi sempre delle stesse società e probabilmente con le poche atlete che ruotano su varie categorie grazie alle deroghe.
Anche da noi la
situazione non è rosea. Se sulla carta le squadre sono di più, alcune
raggruppano più società per farne nove da mettere in campo, e nella
under tredici dove possono giocare i maschi vediamo partite con più
maschi che femmine in campo. Non si gioca per vincere? Quindi niente finali scudetto, sono troppo giovani, poi però visto che il resto del mondo funziona diversamente, se vogliamo partecipare a un evento che coinvolge milioni di ragazzi e centinaia di nazioni, allora inventiamo un torneo di qualificazione.
Ma detto così sarebbe
troppo facile, siamo in Italia, e allora cosa ci inventiamo? Poi ci riempiamo la bocca di “sistema norvegese”, non bisogna spingere sull’agonismo, perché poi la bambina che perde si mette a piangere, va tenuta sotto la campana di vetro, così sarà pronta ad entrare nel mercato del lavoro, nella vita vera, ma niente paura: l’aiuterà la AI… In realtà il motivo per cui i norvegesi (e i nordici in generale) ci surclassano è perché a scuola fanno sport sul serio. Ogni liceo ha impianti sportivi eccellenti, le ore dedicate sono moltissime, i costi sono nulli, le famiglie spingono i giovani a praticare qualsiasi sport. Il fisico robusto e la genetica mettono la loro parte. Ho in camera un bellissimo poster che sintetizza in una immagine qualsiasi discorso. Un bambino di un anno o poco più, ben coperto fino alle orecchie, sci ai piedi, con al collo bussola e cartina, che si avvia nel bosco. E verso la vita.
|
|
|
|
|
|
|
|